Umberto Pintori: “Così a Baunei ho scoperto la profondità”

E’ il 28 luglio del 1957, sono le sette e trenta del mattino e soffia un vento di maestrale nella vallata del Golgo, a monte dell’abitato di Baunei, Ogliastra, costa Est della Sardegna centrale. Intorno a”Su Sterru”, chiamato anche “Voragine del Golgo” – la grotta più profonda d’Europa – ci sono cinque ragazzi di Nuoro e un prete gesuita di Cagliari, padre Antonio Furreddu. Non cercano il cielo – seppure da qui, ogni tanto, si possano osservare le stelle anche di giorno. Hanno gli occhi fissi nel vuoto.

Sono partiti all’alba, dal paese, percorrendo due ore di buona marcia; ora, a seicento metri di quota, si trovano in un’antica valle sospesa, di calcare mesozoico, con un meraviglioso sbocco sul mare: è Gorroppu. Sono giunti alle soglie di questo imbuto di forma subellittica, un inghiottitoio che sprofonda perfettamente in verticale, per tentare l’impossibile.

E’ un pozzo senza fondo e, da millenni, evoca un’ancestrale paura: di forma svasata all’imboccatura, è formato da rocce grigio scure basaltiche, con una sezione orizzontale di forma ellittica del diametro di circa trenta metri. Quanto sia profondo non si sa: nessuno l’ha mai esplorato. Di certo non ci hanno mai provato gli abitanti del luogo, dove ancora, tra il serio e il faceto, si racconta una leggenda: la voragine nasce nella notte dei tempi, quando San Pietro, padre e simbolo della Chiesa cattolica, sconfigge l’enorme e mostruoso serpente dell’ignoranza e del paganesimo, afferrandolo per la coda e rispedendolo negli inferi da dove era venuto.

Scendere o no? I ragazzi, che appartengono al Gruppo grotte di Nuoro, sono pronti; il padre gesuita, del gruppo speleologico Pio XI, pure. Quest’ultimo ha scelto – come destino esistenziale – una strana missione: studiare le foche (monache) nelle voragini carsiche di questo Supramonte; non riusciranno a sopravvivere alla modernità: si estingueranno presto entrambi, foche e religiosi.

Fino a quella mattina il big hole è ancora, per tutti, la bocca di un vulcano – le vecchie carte topografiche ne segnalano l’ingresso con il nome di Cratere vecchio – profondo non più di 100-150 metri. Ma ora il metodo scientifico impone di sperimentare: occorrono prove, pragmata e certezze.

A mettere il primo piede nella buca è padre Furreddu. E’ un attimo: la scala gli scivola via, nell’enorme abisso carsico che ingoia la luce. Si rischia la debacle, e forse qualche pericoloso incidente. Nessuno si perde d’animo.

Il secondo tentativo viene fatto appena più tardi. Il capo della spedizione barbaricina – che si chiama Bruno Piredda ed è un grand’uomo – scende per secondo. Una discesa verso l’abisso che sembra interminabile. Quando arriva alla fine della scaletta d’acciaio che pezzo per pezzo si porta dietro, dieci metri per volta e preparata per la lunghezza totale di circa centocinquanta metri, si rende conto che l’abisso del Golgo è molto più profondo: non può raggiungere il fondo. Risale. Si riprova.

Così, appeso alla sola corda di sicurezza calata a braccia dai compagni, con i pezzi di scaletta da dieci metri l’uno sistemati sulla schiena, a scendere è il più giovane speleologo della comitiva. Sono scoccate le dieci e trenta. Si chiama Umberto Pintori, è un classe 1935 e si sta laureando in Architettura all’università di Roma. Quel giorno ha 22 anni e una manciata di mesi. E’ tornato in Sardegna il giorno prima, dopo aver sostenuto brillantemente nella capitale l’ultimo esame universitario. La discesa è un’avventura pionieristica e spericolata, e fa nascere una piccola leggenda: si racconta che quando esce, per l’emozione e la paura, i capelli di Umberto siano diventati completamente bianchi.

E’ lui a scoprire che quel vuoto che sembra interminabile ha una fine: 275 metri più in basso. Lui ad annotare come l’enorme anfratto carsico non sia un vulcano ma un “orrido”, creato da normali fenomeni d’erosione e venuto alla luce quando lo strato di roccia basaltica (spessa circa una trentina di metri) che lo ricopriva come un tappo non ha più retto il proprio peso ed è collassato su se stesso.

Umberto l’anno prossimo compirà ottant’anni. Vive in una bella casa a Cagliari, in un quartiere residenziale, accudito dalla figlia Giuliette, ora che l’adorata moglie francese Marie Rose Poulene (conosciuta a Roma a casa di alcuni principi russi in esilio) non c’è più. Mentre la figlia prepara il caffè, inizia il racconto di quel giorno.

Architetto, c’è una domanda che vorrei farle subito: lei è stato, oggettivamente e metaforicamente, un pioniere. Ha esplorato i confini di una terra arcana, che credeva nel mito e forse nella leggenda. Ritiene che la sua impresa sia stata una simbolica torcia, accesa nel secolare buio dell’inconsapevolezza dell’Isola?

“Assolutamente no. Della Sardegna si dà, troppo spesso, un’immagine sbagliata. L’Isola di quegli anni era una terra già moderna, vivace, nient’affatto arretrata: non è mai mancata la luce! Per farle capire, io venivo da una famiglia dove mio padre, uomo dell’Ottocento, insegnante di scuola elementare a Nuoro, suonava gli strumenti a fiato, faceva parte di una banda musicale, esportava cavalli a Caserta. Il mondo sardo era allora forse più di oggi un mondo in fermento, niente affatto arretrato, a suo modo colto; chi racconta il contrario dice delle falsità. Semplicemente, noi abbiamo avuto gli strumenti per fare quello che altri, sicuramente anche molto prima di noi, avevano tentato”.

Però lei, volente o nolente, è entrato nella leggenda. Si dice che sia uscito dal Golgo con i capelli bianchi…

“Non è vero che sia avvenuto, e forse l’avventura è stata davvero mitizzata. Quel che è certo è che ce l’abbiamo fatta perché eravamo organizzati, consapevoli, per nulla spaventati. Il Gruppo Grotte di Nuoro, d’altronde, già molti anni prima era stato capace di grandi esplorazioni. Per esempio a Su Cologone, o a Tiscali, o ancora a Su entu”.

Davvero non ha mai avuto paura?

“Mai. Ero in compagnia di un gruppo di persone preparate, ciascuno sapeva quel che stava facendo. Mentre affrontavo la discesa, per esempio, ho anche avuto modo di riposarmi, in uno degli anfratti naturali che si aprono nella voragine”.

Umberto, che impressione ha avuto guardando il mondo da laggiù per la prima volta?

“Quando ho sollevato lo sguardo ho visto il cerchio di luce: era poco più grande di una moneta da cento lire. Ma non è questa la più bella sensazione che ho provato: ciò che spinge l’uomo a esplorare una grotta è la varietà del mondo sotterraneo che troverà, il panorama unico, assolutamente introvabile in superficie. In una parola, la profondità”.

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